INTERVISTA a padre MATTEO

 

         • Cosa c’è all’origine della Comunità in Dialogo,

            e cosa “fa” la Comunità?

 

 

 «All’origine della Comunità c’è stata un’esperienza di accoglienza reciproca, un incontrarsi profondo di persone, nel proprio essere, nella semplicità del loro soffrire, del loro patire ma con la speranza che quei problemi si potevano risolvere.»

 



• Lei parla spesso di amore, cosa vuol dire?

 

«Questa parola, che sembra quasi così banale, così superficiale, che tutti vorrebbero capire e quasi toccare, ma… non ci è dato, perché l’Amore è il mistero della vita, è vita esso stesso.

Lo si riconosce lì dove si vive il “senso di gratuità”, nell’uguaglianza tra gli uomini, dove amore è sperare e lottare, è essere umili e soffrire, è credere sempre nelle possibilità positive dell’altro, nonostante le apparenze contrarie…!

 
In noi vive questa passione l’uno per l’altro, perché ognuno si ritrovi nella dignità che le è data!


Parlare di amore in Comunità,

anche per chi la vive per un breve periodo,

è come parlare di ogni attimo di ogni persona, perché ogni attimo è di vita:

è sguardo sincero, è fiducia, è serenità nello smarrimento, è accoglienza e stimolo, sempre!»

 

 


• Quindi come fare a parlare della vita della Comunità?

 

«Bisognerebbe parlare della vita di ogni giovane che dopo l’esperienza dell’accoglienza deve accettare la proposta di migliorarsi, di riaccendere tutte le potenzialità sopite o mai sviluppate, di assumere le responsabilità e viversi i confronti che lo aiutano a rapportarsi con la realtà in modo sempre più maturo.

Intanto va formandosi così una coscienza nuova, anche critica verso la cultura più larga che spesso ha determinato lo stesso disagio.

Perciò parlare della vita della Comunità è parlare della vita di ogni persona: vita che appunto scopre in ogni attimo lì dove è fatica, ordine e attenzione, lì dove si apre ed impara ad ascoltare, dove vince le sue paure e si affida, dove non ha timore di porsi gli interrogativi più grandi…!


E finalmente arriva a stupirsi per ciò che si trova ad essere e che non avrebbe mai pensato di poter essere!

 
D’altra parte noi nella nostra società invece di cogliere questi interrogativi profondi di chi fa uso delle sostanze, per paradosso ci è più comodo lasciare che i giovani si abbandonino alla “normalità” dell’uso delle sostanze!


Ed è per questo che poi ci troviamo in quella “normalità” della vita, dove troppo spesso accade qualcosa di patologico, di inaspettato, che ci disorienta: giovani “normali” che si uccidono o uccidono, giovani che reagiscono violentemente verso gli stessi genitori, che non si accontentano di nulla, che non hanno il senso del limite, che sono morti “dentro” mentre vivono.

Ma questo, voglio ancora sottolinearlo, non è un problema solo di quei giovani, è un problema soprattutto nostro, del mondo adulto, che deve ripensarsi e ristrutturarsi a tutti i livelli familiare, politico, sociale, religioso ecc., che deve ritrovare l’essenziale della vita e non perdersi nell’effimero.»

 

 



• Cosa le fa pensare oggi la Comunità?

 

«Penso a quel primo incontro quando accolsi un giovane che il suo papà mi lasciò: si sentiva come bastonato, disperato. Ricordo che il mio unico desiderio era quello che stesse bene. Sollevarlo e aiutarlo caso mai a cercare una Comunità che lo accogliesse per risolvere il suo problema di dipendenza. Mi vissi forte il fatto che, siccome chi lo accoglieva era un sacerdote, potesse pensare chissà di che cosa doveva caricarsi, e avrei voluto quasi spogliarmi di tutto, affinché stesse tranquillo e potesse sentire solo il desiderio che avevo, che stesse bene, volevo che sentisse la stima e il rispetto grande che avevo per lui.

 

Oggi, dopo tutti questi anni anni, mi ritrovo in questa esperienza che ha acquisito una sua ampiezza,

un’ampiezza soprattutto “dentro” l’uomo, che qualificasse i rapporti tra gli uomini.

E so cosa procurerebbe di grande dentro la nostra umanità

alimentare reciprocamente stima e rispetto

ancor di più quando le situazioni umane possono sembrare difficili e irrecuperabili!

 

 
Da quel momento ho preso sempre più coscienza che qualcosa ci è accaduto, che è andato oltre quello che io potessi immaginare!


Qualcuno ha reso possibile che tanti giovani mano a mano si incontrassero e diventassero capaci di questa esperienza!
Ed è la loro voglia di vivere la vita pienamente che ha fatto questa storia di persone che ha oltrepassato anche i confini nazionali, e sono alcuni di loro stessi che portano lì l’esperienza che in loro è diventata reale: Perù, Colombia…Ucraina»

 

 


• La Comunità così com’è l’aveva pensata prima?

 

«No davvero! Ripeto, non l’avevo neppure immaginata io!

Io forse portavo in quel primo incontro qualcosa che era accaduto anche a me

 e mi aiutava nelle situazioni difficili ad essere me stesso.

 

Ma per capire questo mi ci sono voluti parecchi anni!


A volte si dice: la Comunità in Dialogo è nata nel 1991, a Febbraio, nel freddo di un paesino di montagna a 1400 metri di altezza, a Casamaina.


Piano piano ho capito invece che dovevo dire che era nata molti molti anni prima quando anch’io nei miei disagi adolescenziali, intimorito, feci l’esperienza dell’Amore gratuito.


Per me fu l’amore gratuito di Dio Padre…!


E da lì mi sembrò che ogni essere umano è amato,

che deve essere amato incondizionatamente;

per cui era normale, quando incontrai Danilo, accoglierlo pienamente!

 

Non potevo non amare e partecipare anche a lui quella speranza

che nasceva dietro quell’amore che tanti anni prima era stato dato anche a me.

Era normale che tutto questo poi diventasse una catena di incontri di amore, una voglia d’amore, da accendere dentro il cuore di ogni uomo. Questo ha creato quello che ora è sotto lo sguardo di ciascuno di noi

 

 


• Ma questo va oltre la semplice disassuefazione dalle sostanze!!!

 

«Sì! È qualcosa di qualitativo che avviene e che va oltre l’uso delle sostanze.

Penso che esse siano una risposta sbagliata ad una vita che cerca senso, che cerca umanità.

 
Invece la società si interroga sui danni che esse provocano e come poterle togliere, ma non si accorge che “insieme” bisogna trovare risposte a quegli interrogativi, che migliorerebbero la cultura sociale.

Allora le menti e i cuori di tutti sarebbero più soddisfatti e troverebbero espressioni più adeguate attraverso comportamenti più maturi, più umani, più civili.


È un’opportunità grandissima quella che in questi ultimi decenni l’umanità si trova a vivere proprio sotto la spinta delle tristi situazioni di tanti giovani che a livello mondiale abusano di sostanze;

è un’opportunità che è anche una necessità di fare scelte radicali, che possono riportare l’umanità a imboccare quella strada che l’aiuterebbe ad affrontare i problemi, a migliorarsi in direzione di autentica spiritualità e nel fondamentale recupero dell’etica.

 

Ringrazio il coraggio, la forza dei tanti giovani che mi continuano a far dire:

se la Comunità è viva, è viva per quel coraggio che ci mette l’ultimo che arriva,

pur molto provato è disponibile a vincere le sue paure tremende, che sceglie di lottare con fiducia.

È viva perchè chi sta avanti nel cammino ridà quello che gli è stato dato:

ridà attenzione, ridà amore, ridà vicinanza e stimolo, ridà libertà di porsi di fronte alla vita

con i grossissimi interrogativi che essa pone e soprattutto gli interrogativi spirituali,

cercandone insieme le risposte adeguate.

 

 
Sembra un paradosso: oggi si può parlare di tutto, anche delle cose più banali, ma se provi a porre degli interrogativi profondi di ordine spirituale ed etico, la nostra cultura generale ci fa sentire strani, ci fa sentire retrogradi…è una società che rischia di perdere l’anima e vive una cultura mutilata di trascendenza.


È questa distrazione mortale dell’uomo da sé e dalle proprie dimensioni interiori,

che procura ad ognuno quel disagio di inadeguatezza

che ancora noi testardamente vorremmo affrontare e risolvere

solo con i frutti delle nostre conquiste materiali e scientifiche, che pur vengano,

ma non sono sufficienti

perchè c’è un Mistero più grande che solo può colmare le esigenze dell’essere umano,

che ci interpella e davanti al quale dobbiamo metterci con umiltà e col senso della nostra radicale povertà.

 
Ecco, la Comunità, nel suo intrecciarsi di rapporti, nasce proprio da questo modo di vivere umile, sincero, autentico, libero, ma aperto ad un orizzonte molto più grande, quello dell’Amore increato che pur si fa tangibile, si fa “carne” quotidianamente in chi vince la paura di accoglierlo e di “accoglierci!”»