ALLA SOCIETA'

in occasione del 10° anniversario della Comunità, Trivigliano, 9 Giugno 2001

 

"Un giovane della Comunità,

tornando da una prima verifica fatta in famiglia, mi esclama stupito:

 

“p. Matteo, ho avuto l’impressione che la nostra società

prima si è creata dei problemi,

ed ora non trova la strada per risolverli”.

 

I nostri giovani, i nostri figli, soprattutto se tossicodipendenti o strani nella loro normalità, spesso appaiono darci più dei problemi, piuttosto che interrogativi gridati dalle loro situazioni sofferte: si potrebbero superare i loro e i nostri problemi se ascoltassimo di più ciò che vogliono dirci con il loro disagio, con le loro stranezze ma anche con i tesori che si ritrovano in loro più che in altri tempi.

La normalizzazione dell’uso delle sostanze, creato ormai nella coscienza di tanti adolescenti, rivela più che il disagio dei giovani, soprattutto il disagio che è di tutta la società.

Spesso mi sono chiesto che cosa abbiamo perso di essenziale nel nostro vivere personale e sociale, a cosa è chiamata la nostra storia perché possa risplendere nella coscienza umana collettiva quel di più di luminoso e grande che non ci è stato dato prima. Con stupore ho constatato come tanti nostri giovani, che sono ora in Comunità, non mancavano di nulla, avevano anche quelle cose importanti come il lavoro, una professione e lo svago, eppure morivano “dentro”; ora nella semplicità e fatica del vivere quotidiano tornano più belli e forti di prima, certamente più provati ma molto più profondi e autentici, più capaci di umanità e di essenzialità. Mi domando: cosa si è riacceso in loro che sembra invece smarrito nella nostra cultura più larga, dove continuano ad accadere, in modo indicativo, fatti di giovani che uccidono o che si uccidono?

Ho avuto spesso la sensazione che viviamo in una cultura mutilata di qualcosa di dovuto che non c’è, per cui i problemi non trovano risposte adeguate, ma solo parziali.

Qui è necessario ascoltare i giovani che hanno pagato la morte interiore, relazionale e sociale, ma che ora sono vivi, sono coscienze critiche e sveglie: hanno il diritto di farlo, di poterlo fare, perché hanno pagato troppo del dovuto e non avuto da parte di un mondo adulto distratto da sé!

È anche per questo che io invito operatori sociali, educatori, genitori, politici a incontrare quei nostri giovani che io chiamo degli “scampati” dalla nostra cultura, un invito agli adulti che sentono la responsabilità umana di voler vedere migliore la nostra esperienza umana:
migliore nei rapporti
migliore per i valori che si vivono (e non basta parlarne!)
migliore nella solidarietà.

È certo che le difficoltà maggiori non ci vengono dall’interno, ma dall’esterno della Comunità, dalle mentalità troppo ignoranti sul problema, dalle formalità (=”forme”) di tanta burocrazia di amministratori attraverso cui si velano le facciate, gli antagonismi… le vere povertà che producono il vuoto umano e il malessere sociale, dove i giovani si ammalano “dentro” per l’assenza di orientamenti spirituali ed etici, perciò è necessario ridare tempo e spazio alle persone, e ridare alle persone le proprie dimensioni interiori: il gusto del bello, del vero, del buono spesso sacrificato dall’utile, dal profitto, dall’interesse, spazzando così via la gratuità della vita, di cui pur vivono i rapporti significativi, vive la conquista scientifica, vive l’uomo che si stupisce e si rallegra.

Perciò io invito, in questi anni di cammino di vita fatto da centinaia di giovani, a venire ad incontrarli e a rendersi conto di ciò che li fa vivi, i più vivi, della nostra società e della nostra cultura: non invito perché soprattutto abbiamo bisogno di chissà cosa, ma perché sono sicuro che chiunque li incontra può migliorarsi e avere un bagno di ottimismo e aprirsi alla speranza quali che siano i suoi problemi, per un futuro certamente più a misura d’uomo."